domenica 28 dicembre 2014

Bilancio di fine...biennio!

Lo so, lo so.. Ho abbandonato il blog (eppure qualcuno ancora legge i miei vecchi post!!). Oggi mi sembrava un buon momento per postare qualcosa.. Nulla di finanza però, che siamo sotto Natale e non vorrei appesantirvi la digestione dei pranzi/cene con i parenti..

Si avvicina Capodanno, e leggo un sacco di post da bilancio di fine anno.
Per fare l’originale, farò un bilancio di fine biennio - che in fondo un anno è troppo corto per essere oggetto di un bilancio oggettivo :)

Sono stati 2 anni straordinari. 
Ho conosciuto persone nuove e visitato terre lontane.
Ho vissuto a Milano, Warwick, Zurigo, Londra, Kuwait City, di nuovo Milano e Londra e infine Tel Aviv. 
Ho trovato il mio compagno di viaggio e ci siamo sposati il primo di agosto.
Oltre ai vari traslochi, abbiamo visitato pezzetti di mondo. Insieme siamo stati a Milano, Bergamo, Messina, Firenze, Zurigo, Ginevra, Londra, Bahrain, Portsmouth, Boston, Cape Code, New York, Washington, Disney World, Jamaica, Creta, in Giordania (Petra e Wadi Rum) e per concludere abbiamo esplorato Israele con la sua storia ed i suoi stupendi paesaggi.
Per la strada ho perso contatto con qualcuno - e mi spiace - ma ho anche fatto nuove conoscenze, che spero di mantenere. 
Riconosco di essere fortunata: in due anni ho viaggiato più di quanto molte persone possano permettersi in una vita intera. E insieme a tutto questo ho fatto uno stage a Londra, mi sono laureata, ho trovato un lavoro e ho deciso di lasciarlo dopo un anno. 

Certo - ci sono stati momenti difficili. Ma in fondo, sta a noi decidere cosa mettere in questi bilanci di fine anno. E ho deciso di fermarmi qui, alle cose belle accadute in questo biennio. Così da partire carica per quello in arrivo. Di certo so che ci sarà un nuovo trasloco (a Milano) e un nuovo lavoro (alla fine passo al lato oscuro e divento consulente - se sparissi definitivamente dai radar, sapete il perché). C’è però anche la speranza che il nuovo biennio sia altrettanto ricco di esperienze e viaggi, ma soprattutto di poterlo passare accanto a chi amo di più. 


A chi legge, auguro di poter guardare all’anno trascorso con questo stesso entusiasmo: ripercorrete i mesi passati e vi accorgerete di quanto siano stati straordinari :D 
Buone feste a tutti!!

domenica 25 agosto 2013

Idee? Poche, ma confuse.


Come ho già detto ho un account Twitter, ormai da un paio di anni. Chi mi segue sa che mi piace molto
partecipare a discussioni su diversi temi (economia, politica, finanza, scuola, amore, ecc), quindi mi capita spesso di partecipare ad interessanti scambi di opinione. Spesso mi confronto con persone interessanti, dalle idee chiare e con la voglia di spiegarti il loro punto di vista. Altrettanto spesso capita di leggere repliche di tuitteri maleducati e con la voglia di attaccare briga. Va be’, ci sta: non c’è selezione all’ingresso, quindi non puoi mai sapere chi leggerà i tuoi tweet. Ci sta pure che ogni tanto ti becchi qualche insulto: meglio che certa gente si sfoghi così, scudandosi dell’anonimato, piuttosto che accumuli rabbia repressa da sfogare chissà come. Insomma, non me la sono mai presa per un insulto su Twitter: lascia il tempo che trova.

Quello che non sopporto, però, sui social network come nella vita reale, è quella che chiamo “categorizzazione facile”: quella tendenza ad assegnare etichette basate su una singola frase o un pensiero, spesso decontestualizzato. Vi faccio qualche esempio: quando scrivi una frase a favore dell’incarcerazione di Berlusconi sei automaticamente un comunista (quando magari hai sempre votato estrema destra); se sei a favore della meritocrazia (e quindi contrario all’egualitarizzazione voluta da un certo pensiero sinistroide) vieni etichettato come di destra; se frequenti la Bocconi sei automaticamente un riccone che si sveglia ogni mattina pensando a come calpestare la plebe; se sei un Clino non puoi che essere un omofobo bigotto pronto a vendere l’anima al diavolo per la scalata al potere; se non credi nell’austerità espansiva allora devi essere un Keynesiano convinto…. Va be’, avete afferrato il concetto, ma sappiate che ne avrei di altri esempi da scrivere.

Perché non sopporto la categorizzazione facile? Perché è la figlia diretta del pensiero unico. Perché chi la applica assume implicitamente che una persona non possa pensare con la propria testa, ma debba per forza fare riferimento ad un pensiero pre-esistente. Queste persone non ammettono l’esistenza di idee personali: vi hanno rinunciato per abbracciare in toto un’ideologia. Per questi personaggi, se sei di sinistra non puoi avercela coi sindacati, se sei di destra non può piacerti Obama, se non vuoi il ritorno della lira sei sicuramente un arci-nemico del duo Bagnai-Borghi, se lavori nella finanza sei per certo uno speculatore brutto e cattivo. Ecco perché non sopporto queste categorizzazioni: chi le pronuncia segue fedelmente un’ideologia e chiunque osi dire qualcosa di diverso dal pensiero unico di cui fa parte non può che rappresentare l’odioso ideologia opposta.

Personalmente, cerco di tenermi alla larga da chi non ammette una visione diversa dalla propria. Specialmente se la visione non è nemmeno la sua. Ho come l’impressione che avremmo avuto molti meno “–ismi” (fascismo, nazismo, comunismo, ecc) se solo la gente fosse capace di pensare con la propria testa, di crearsi delle idee proprie e di abbandonare quelle odiose ideologie. 

sabato 3 agosto 2013

Short-termism e principi azzurri


Al mondo esistono migliaia, milioni, miliardi di strumenti finanziari. Quando un individuo o un’istituzione devono scegliere in cosa investire i propri fondi devono tenere in considerazione molti parametri. Tra i più importanti ci sono il profilo di rischio sostenibile e l’orizzonte temporale dell’investimento. 

Il concetto di rischio è abbastanza semplice: se vuoi avere potenzialità di guadagno maggiori, devi rischiare di più. Detto molto banalmente: vuoi poter guadagnare il 100% in un anno? Sii consapevole che puoi anche perdere il 100% in un anno.
Una volta capito quanto siete disposti a rischiare, dovete avere ben chiaro quale sia l’orizzonte temporale adeguato: chi gestisce un fondo pensione dovrà investire per lo più nel lungo periodo, chi gestisce un hedge fund potrebbe avere più libertà e cercare qualche strumento anche per il breve periodo. 
Di norma, si parla di lungo periodo quando l’orizzonte è più lungo di 2-5 anni (attenzione, non c’è una definizione assoluta), il breve periodo è di 1-2 anni al massimo. Poi, con la moderna tecnologia, abbiamo scoperto il brevissimo periodo e l’high frequency trading, in cui dei computer comprano e vendono strumenti finanziari in intervalli brevissimi, basandosi su algoritmi preimpostati. Ma non è di questo che voglio parlare oggi.

Insomma, il concetto dovrebbe essere abbastanza semplice: se sei interessato a riavere il tuo capitale (più, possibilmente, qualche interesse) non prima di 10 anni (o 20, 30, 40 nel caso dei fondi pensione) dovresti cercare di investire in uno strumento con un orizzonte temporale lungo. Ci sono stati diversi studi per capire quale sia il miglior strumento per il lungo periodo (uno dei più dibattuti è il libro di Siegel “Stocks for the long run”) ma, come potete immaginare, non esistono conclusioni certe. Se ci fossero, sarebbe come dire che c’è un modo certo (e quindi risk-free) per fare soldi nel lungo periodo: chi mastica un pochino di finanza a questa affermazione risponderebbe: “there is not such thing as a free-lunch”.

Ma, sebbene nulla sia certo sui mercati finanziari, è risaputo che esistono strumenti più adeguati per un orizzonte di lungo periodo (ad esempio le azioni) e strumenti meno adeguati (come alcuni prodotti strutturati). Eppure, capita ancora di sentire di fondi pensione che investono significanti porzioni di capitale in strumenti derivati, altamente rischiosi e sicuramente non indicati per il lungo periodo (mi viene in mente, ad esempio, il caso Enpam). Perché succede ciò? A parte i casi di frode o di manifesta incapacità, perché gli uomini confondono breve e lungo periodo?  

In finanza esiste un termine tecnico per questa situazione:
short-termism. Essenzialmente, ci si lascia accecare dai lauti guadagni promessi da una determinata strategia nel breve periodo dimenticandoci che, prima o poi, ci troveremo nel lungo periodo. E lì saranno cazzi. Molti dei problemi in cui ci troviamo oggi sono stati causati proprio da un eccessivo focus sui risultati immediati e un quasi menefreghismo su ciò che sarebbe accaduto nei successivi 5-10-20 anni. Troppi operatori finanziari hanno agito da cicale anche quando, per legge (vedi i fondi pensioni), avrebbero dovuto prendere esempio dalla formica.


Ma non è solo la finanza ad essere affetta da short-termism. Spesso scattano gli stessi meccanismi anche nelle relazioni umane. Scommetto che tutti voi avete avuto almeno una volta una conversazione simile: 

Io:  “Allora, hai cancellato il suo numero?”
Lei: “Si, non lo voglio piú cercare. Se vuole mi cerca lui”
Io: “Come se vuole mi cerca lui? Quindi se ti chiedesse di uscire, ci andresti, anche se si sta comportando da bambino immaturo??”
Lei: “Beh, no, si, insomma, non lo so. É che é troppo [bello/sexy/affascinante/macho/ecc]”
Io: “Ok, va bene, sei giovane, divertiti”
Lei: “Si, ma io non voglio solo divertirmi. Voglio un uomo vero”
Io: “Allora smetti di pensare a lui. Non puoi certo immaginare di costruire qualcosa con un tizio del genere”
Lei: “No. Ma mi piace troppo. E poi il principe azzurro non esiste. Intanto mi accontento di lui, poi si vedrà”.

Si, insomma, avete capito il genere. E secondo me siamo state tutte (e tutti), in fasi diverse, da una parte o dall’altra della conversazione. Il punto è che anche nel nostro quotidiano tendiamo allo short-termism. Molte donne sognano di trovare il loro Uomo, il loro principe azzurro. Ma sono anche consapevoli che un principe azzurro richiederebbe un certo impegno, una certa costanza e una certa serietà. Trovare un principe azzurro implica investire sul serio per il lungo periodo. Non è vero che non esiste. Sono abbastanza convinta che esista un principe per chiunque abbia la pazienza e la volontà di trovarlo. 
Chiaro, se state pensando ad un vero principe sul cavallo bianco rischiate di restare deluse:
i soggetti single e di sangue blu non sono numerosi e, spesso, non sono esattamente il principe azzurro che tutte sogniamo. Insomma, non sto parlando di figure mitologiche, di uomini dagli occhi blu come l’oceano, i capelli biondi come il grano, lo charme di George Clooney, il fascino di Johnny Depp e la tartaruga sulla pancia. Dico, se volete una tartaruga potete comprarla in un negozio di animali. 
Io qui sto parlando di uomini veri, di quelli che non si fanno la ceretta o le lampade prima di andare al mare, per intenderci. Uomini pronti ad amare incondizionatamente la propria donna, a supportarla e a sopportarla nei momenti peggiori.

Quindi, se uomini così esistono, perché continuiamo a fare conversazioni come questa? Capiamoci, chi mi conosce sa che non sono una moralista. Io sto parlando di donne che vorrebbero il vero amore ma che si accontentano di surrogati. Donne consapevoli che potrebbero avere molto di più, ma che non hanno il coraggio di buttarsi in una storia seria. Che finiscono puntualmente con degli stronzi o degli immaturi. O degli stronzi immaturi, la razza peggiore. In questo senso parlo di short-termism: investono sul presente immediato (un paio di muscoli al posto giusto, un paio di occhi azzurri o un buon conto corrente), senza rendersi conto che il tempo passa. E ripeto, non sto facendo la morale a nessuno: se avessi un’amica come Samantah di Sex & The City la inviterei a cena ogni sera per farmi raccontare ogni dettaglio delle sue avventure. Il “problema” sono le amiche che puntualmente si lamentano dei loro uomini (e l'ho fatto pure io, eh!). O delle loro avventure. Ma che non si sforzano di cambiare. Che pretendono di trovare il principe azzurro senza doverci investire nulla. 
Il fatto è molto semplice: in amore, come in finanza, se si vuole ottenere qualcosa bisogna assumersi dei rischi. E bisogna essere pronti a non mollare nei momenti difficili: se investite in azioni non potete pensare di vendere tutto al primo momento di mercato negativo. Lo stesso vale in amore: magari non avrete il principe azzurro con la tartaruga, ma potreste scoprire qualcosa di molto più gratificante. In fondo, tra short-term e long-term si tratta solo di cambiare prospettiva. Io dico che vale la pena provarci, almeno. 


martedì 30 luglio 2013

Twitter e l'Anti-Valuta

Ieri ho partecipato ad una interessante discussione su Twitter (si, sono sul Twitter, mi trovate qui). Non vi riporto il link perché non voglio farvi annoiare nel rileggere le centinaie di Tweets sul tema; vi dico solo che il focus del discorso era su valute, svalutazioni e matematica. Il punto che io e altri tuitteri abbiamo cercato di fare passare é apparentemente molto semplice: una valuta non si puó svalutare per piú del 100% (un tuittero esasperato, Riccardo, ha pure modificato la sua bio per chiarire la faccenda). Il concetto sembra semplice, ma forse é piú complesso di quanto appare.

Facciamo un passo indietro.  Un paio di anni fa ho dovuto sostenere il GMAT per poter ottenere una borsa di studio, necessaria per studiare in Bocconi. Il GMAT é essenzialmente una prova che testa le capacitá logico/matematico/linguistiche di una persona, ed é il test di ammissione per le piú prestigiose business school al mondo. In molti mi hanno chiesto se fosse un test difficile: la mia risposta é sempre stata “not really”. La maggior parte delle domande nel test sono basate sui concetti matematici imparati quando avevamo, al massimo, 14 anni. Non é importante la capacitá di memorizzare una quantitá infinita di concetti e formule. Quello che conta davvero per ottenere un buon punteggio (non esiste una bocciatura, il test si passa comunque) é la capacitá del candidato di applicare formule e concetti semplici a situazioni nuove e apparentemente complesse. Un esempio di domanda é:

“If the cost price of 20 articles is equal to the selling price of 16 articles. What is the percentage of profit or loss that the merchant makes?”.

La domanda sembra banale, no? In fondo richiede solo l’utilizzo di percentuali e qualche operazione elementare. Eppure in molti la sbaglierebbero. Ecco perché oggi ho deciso di fare un po’ di chiarezza su un tema apparentemente noioso: le variazioni percentuali. Pensate di non averne bisogno? Allora rispondete a queste semplici domande:
“Se il debito pubblico nel 2011 é passato da 100 milioni a 90 milioni, qual é stata la variazione percentuale? Nel 2012 il debito é di nuovo a 100, qual é la variazione % annua? Nel 2013, causa precedenti errori contabili, il debito risulta pari a 300. Qual é la variazione % rispetto ai 100 dell’anno prima?”
Se le vostre risposte sono 10%, 10%, 300%.. Forse vi conviene continuare a leggere. Se avete risposto correttamente (per saperlo leggete piú avanti), ma ci avete dovuto pensare a lungo o aprire un foglio excel per risolvere il dilemma.. Forse vi conviene leggere comunque. Se avete giá tutte le risposte.. Potete continuare lo stesso, male non vi fa!

Partiamo dalle basi: una variazione percentuale si calcola SEMPRE E COMUNQUE con questa semplice formula – che chiameró la formulina magica:

(valore finale – valore iniziale)/(valore iniziale)=delta%

Cioé, se ho 10 mele e ne mangio 2.5, la variazione % delle mele rimaste nel cesto sará:

((10-2.5)-10)/10= -25%

E se voglio sapere il valore finale partendo dalla variazione? Nulla di piú facile, basta rigirare un pochino la formula magica:
valore finale=(valore iniziale)*(1+delta%)

Fate attenzione a una semplice cosa: se il delta% é del 2% o 200%, la formula si legge, rispettivamente:

valore finale=(valore iniziale)*(1+0.02)
valore finale=(valore iniziale)*(1+2.00).

Semplice no? Applichiamola alle domande di cui sopra:
2011:  (90-100)/100= -10%
2012: (100-90)/90= +11%
2013: (300-100)/100= +200%.

Bene, chiarito questo punto, possiamo parlare di valute, cioé del tema su cui si é scatenata la discussione ieri sera.
Innanzitutto, quando si parla di tasso di cambio (nello specifico parleró dell’ormai defunto cambio lira/dollaro) bisogna capire se ci si riferisce alla convenzione “incerto per certo” o “certo per incerto”. Semplicemente, nel primo caso il tasso di cambio nominale della valuta nazionale é espresso come il prezzo in valuta nazionale di 1 unitá di valuta estera. Tante parole difficili per un concetto semplicissimo:

incerto per certo: 1500 lire/$
certo per incerto: 1/1500 = 0.000666667 $/lire.

Chiaro, no? La convenzione ci dice solo da che parte guardare il problema, ma non ha un effetto sui numeri (cioé, il valore del tasso di cambio non varia da una convenzione all’altra, é solo visto da un’altra prospettiva). Faccio questa precisazione perché sembrerebbe che il malinteso ieri sia nato da un problema di convenzioni (se uso una convenzione diversa, la variazione percentuale é diversa): nulla di piú sbagliato.
Ok, forse ora inizia a girarvi la testa. É vero, le valute sono argomenti leggermente complicati, e se volete ricordare tutte le regole/convenzioni a memoria potreste iniziare a confondervi. Ecco perché io suggerisco, semplicemente, di usare la testa per capire di cosa si sta parlando. La valuta é semplicemente un bene come tutti gli altri, con un prezzo che é soggetto a variazioni (che anziché chiamare inflazione/deflazione chiamiamo svalutazione/rivalutazione). Vi ricordate le formule sulle variazioni %? Si? Bene, perché ora ci serviranno.
Partiamo da un concetto semplice: se dico che una valuta si rivaluta, cosa vi aspetterete? Una variazione % positiva o negativa del suo prezzo? Positiva, ovviamente: se mi servono 1500 lire per comprare un dollaro e un anno dopo me ne servono 4500, il prezzo del dollaro é aumentato e tutti sappiamo che questo significa rivalutazione..per il dollaro! Ora, potreste chiedervi qual é la variazione percentuale subita dal prezzo (cioé, di quanto si é rivalutato il dollaro in termini %)? Semplicissimo: applichiamo la formulina magica e...
(4500-1500)/1500= +200%

E fin qui, immagino nessuno abbia nulla da ridire.
E se ora vi chiedessi: qual é stata, nello stesso periodo, la svalutazione della lira? Una cosa é chiara a tutti (spero): se il dollaro si rivaluta sulla lira, la lira deve svalutarsi. E, per logica, la variazione % del suo prezzo deve essere negativa. Quindi, a questo punto, a molti sará venuta la tentazione di dire: prendiamo il 200% e gli cambiamo il segno. Ecco, e ogni volta che fate ció un insegnante (serio) di macroeconomia muore. Vorrei chiarire che qui il problema é di sostanza e non di forma, come molti hanno tentato di dire: il tasso che stiamo usando (incerto per certo) ci dà il PREZZO DEI DOLLARI. Se calcoliamo la sua variazione troviamo di quanto si é rivalutato (se positiva) o svalutato (se negativa) il dollaro. Per sapere di quanto si é svalutata la lira dobbiamo innanzitutto cambiare prospettiva! Ci serve il PREZZO DELLA LIRA, ergo il cambio certo per incerto. Come fare? Molto semplice, basta usare la solita formulina magica. Il cambio iniziale, abbiamo visto, é 1/1500= 0.000666667 $/lire (ora qualcuno mi dirá che non si possono comprare 0.000666667$, ma il punto non é quello, qui si parla di matematica base). Il cambio finale, semplicemente, sará 1/4500= 0.000222222 $/lire. La svalutazione? Easy:

(0.000222222-0.000666667)/0.000666667= ~ -67%

Che é ben diverso dal -200% ipotizzato da molti. Riformulo: il +200% é riferito al prezzo dei dollari. Non puó essere applicato al prezzo delle lire. E se non fosse chiaro l’errore SOSTANZIALE, vi faccio un esempio molto semplice: ipotizziamo un articolo in cui si dice che la lira, con un cambio pari a 1500 lire/dollaro a inizio anno, si é svalutata del 10%. Ora, voi sapete che ció vuol dire che il cambio finale sará di:

(1/1500)*(1-0.1)= 0.0006 $/lire, ergo ~1667 lire/$

Ma poi, nello stesso articolo, trovate questo: nel 1990 la lira era a 1500 lire/$ e si era svalutata del 200% in un anno. Ok, applichiamo la formula magica e vediamo che succede al cambio finale:

(1/1500)*(1-2)= -0.000666667 $/lire, ergo -1500 lire/$

Aspettate un attimo. E quel segno meno? Abbiamo trovato l’antivaluta? E certo, se esiste l’anti-materia, deve esistere anche l’anti-valuta. La lira si é svalutata cosí tanto che ora ci pagano in dollari per ogni lira che abbiamo? Uhm.... Ok, diciamo che, come sostenevano molti, si tratta solo di un punto di vista diverso; quindi, in realtá, l’autore si riferisce alla rivalutazione del dollaro. Ok, ma quindi? Il 10% che abbiamo letto prima? Anche quello si riferisce alla rivalutazione del dollaro? O in quel caso il termine svalutazione é usato in modo corretto? Lo vedete il problema? Non si tratta di usare convenzioni diverse, si tratta di usare i termini nel modo corretto e di rispettare le semplici logiche della matematica e dell’economia. Se parlo di svalutazione di una valuta DEVO riferirmi al prezzo di quella valuta, non al prezzo del dollaro in termini di quella valuta. Sono due cose ben diverse. E, una volta chiarito ció, spero sia chiaro perché non ha nessun senso parlare di svalutazione di piú del 100% (cosí come non avrebbe senso parlare di deflazione di piú del 100% o cosí come un fisico mi considererebbe pazza se dicessi che una certa cosa pesa -10kg). Non é una questione di terminologia. É una questione di sostanza. E, se un articolo/paper/altro basa i suoi dati partendo da una svalutazione del 100%, per me (e per chiunque abbia chiare le regole della matematica e dell’economia) é sbagliato a priori, in quanto si basa su dati sostanzialmente (non formalmente) sbagliati. Sareste interessati a valutare una casa dalle fondamenta instabili? Potrebbe essere la casa piú bella del mondo, ma se non posso fidarmi delle fondamenta non provo nemmeno a valutare il resto... Chiaro?


Ora direi che torno a lavorare. Visto che ancora non hanno inventato gli anti-stipendi per chi passa la vita su twitter o sui blog. Alla prossima!

domenica 28 luglio 2013

Arance, Futures ed Eddie Murphy.


Parlare di derivati in generale è un compito abbastanza complesso, in quanto la categoria è estremamente ampia. Allora ho deciso di iniziare dal derivato piú semplice che esiste, il contratto Futures. Mettetevi comodi che provo a raccontarvelo (sembra che lo story-telling sia il modo migliore per spiegare e, dall'altro lato, per imparare).


Immaginate di essere un coltivatore di arance, specializzatonella produzione di succo d’arancia. Ogni anno le vostre preoccupazioni principali sono queste due: che il raccolto a fine stagione sia buono (per esempio, che non venga distrutto da una grandinata) e che col ricavato della vendita possiate almeno coprire i costi sostenuti e generare un - seppur piccolo - profitto. Per il primo problema la soluzione è abbastanza semplice: assicurate il raccolto, in modo da essere rimborsati in caso di ciclone, siccità o qualsivoglia calamità naturale. 
La soluzione alla seconda questione potrebbe essere più complessa: in quanto operatore nel sistema economico siete ovviamente sottoposti alla dura legge della domanda e dell’offerta. In pratica, quando il vostro raccolto sarà maturo dovrete presentarvi sul mercato ed il prezzo a cui potrete vendere il vostro succo d’arancia dipenderà da una serie di fattori indipendenti dalla vostra volontà. Il fattore determinante sarà, probabilmente, la quantità di offerta presente sul mercato, ma anche la quantità di domanda potrebbe influire sul prezzo. 


Agli estremi, sono possibili due scenari: nel caso fortunato (per voi) per qualche strana congiunzione cosmico-astrale siete l’unico produttore in grado di offrire succo di buona qualità. In termini microeconomici, si potrebbe dire che siete un monopolista, ergo potete decidere voi il prezzo del vostro prodotto, essendo sicuri di non avere concorrenza (chiaramente il prezzo dovrebbe restare entro certi limiti, che nessuno comprerebbe succo di arancia ad un milione di dollari al litro, anche se fosse l’unica possibilità per acquistarlo). In questo scenario siete certi di poter coprire i costi in cui siete incorsi e di ottenere un buon profitto.



Ma vediamo lo scenario più pessimistico. Diciamo che quest’anno il tempo è stato particolarmente favorevole alla coltivazione delle arance, tutti i produttori vostri concorrenti hanno arance perfette in quantità. Inoltre, giusto per rendere le cose ancora più difficili, per qualche ragione non meglio specificata in tutta la nazione si è sparsa la moda degli alberi di arancio: tutti hanno un albero di arance nel proprio giardino, e ciò incide negativamente sulla domanda per il vostro prodotto (perché andare al supermercato a comprare del succo quando posso farmelo fresco in casa?). Ecco, in questa situazione le cose potrebbero mettersi particolarmente male per voi: la sovrabbondanza di offerta e la scarsità di domanda scatenerebbero senza dubbio una battaglia sul prezzo da parte dei vari produttori. Il risultato sarebbe che sareste costretti a svendere il prodotto pur di avere un minimo ricavo (n.d.r. il ricavo si intende al lordo dei costi, non equivale al profitto!) e minimizzare le perdite, che sarebbero comunque particolarmente consistenti.


Ora che avete chiaro il problema, non vi piacerebbe poter evitare di trovarvi nello scenario pessimistico? Certo se poteste prevedere il futuro, sapendo che quello sarebbe l’outcome finale, non iniziereste nemmeno la produzione. Ma, posto che ancora l’astrologia non è considerata una scienza esatta e non c’è nessuno al mondo in grado di dirvi con certezza assoluta quali saranno le condizioni del mercato da qui a 10 mesi, dovrete trovare un’altra soluzione. Prima di suggerirvi come fare, voglio farvi vedere il problema da un’altra prospettiva.

Ora, con un piccolo sforzo di immaginazione, immaginate di essere un grossista specializzato in succo d’arancia. Siete bravissimi nel selezionare ogni anno i raccolti migliori e trattare il miglior prezzo. Però anche voi siete soggetti al caso e anche voi, come il produttore, non sapete in quale scenario vi troverete tra 10 mesi. Chiaramente il primo scenario non vi piacerebbe per nulla, in quanto sareste costretti a comprare il prodotto ad un prezzo esagerato. Viceversa, sareste molto contenti nel secondo caso, in cui potreste comprare il prodotto migliore ad un prezzo stracciato. Quindi, a differenza del produttore, voi state cercando una soluzione per evitare di trovarvi nella prima situazione.


Adesso abbiamo tutti gli elementi sulla tavola. Un semplice modo per mettere d’accordo grossista e produttore è quello di stipulare un contratto a termine: le due parti si accordano che, alla scadenza, una certa quantità di succo sarà scambiata con una certa quantità di denaro definita oggi. Ecco, l'idea del contratto Futures nasce da qui, ma questo strumento ha caratteristiche che lo rendono molto diverso da una semplice vendita a termine.

Il contratto Futures è uno strumento finanziario standardizzato che può essere venduto/acquistato sui mercati finanziari. Vediamo cosa vuol dire nel nostro caso: i due soggetti vogliono assicurarsi che alla scadenza del contratto vengano consegnati 10000 litri di succo al prezzo di 0.2$ al litro (il prezzo non è scelto "a caso", ma è dato dalle aspettative che si hanno rispetto a quale sarà il prezzo prevalente sul mercato alla scadenza del contratto).  Per tale accordo sottoscrivono un contratto Futures, cioè un contratto standardizzato che ha una quotazione su un mercato finanziario (in pratica, il grossista acquista sul mercato tale strumento finanziario, i.e. acquista uno strumento che lo obbliga a scadenza ad acquistare la merce al prezzo a cui lo strumento è quotato, in questo caso 0.20$/litro). Chiariamoci: il Futures è una vendita a termine: acquistare il contratto sul mercato non implica un'uscita di cassa oggi, ma la sottoscrizione di un'obbligazione per la quale, a scadenza, siamo tenuti a pagare la cifra indicata dal Futures. Per evitare che gli operatori finanziari acquistino quantità di Futures superiori alle loro effettive capacità di chiudere il contratto a scadenza, comunque nel mercato viene richiesto il versamento di un margine (nel nostro caso, il grossista dovrá versare x% del valore del contratto a garanzia dell'obbligazione sottoscritta).

Ora, torniamo nel ruolo del grossista. Ipotizziamo che il giorno dopo l'acquisto del Futures una tempesta distrugga la metá delle piantagioni esistenti di arance: chiaramente le aspettative per quello che sarà il prezzo del succo di arancia si muoveranno immediatamente al rialzo (ci si aspetta un’offerta minore e quindi un prezzo maggiore per i meccanismi spiegati sopra). Ciò implica che, chi volesse stipulare in questa giornata un nuovo contratto Futures non riuscirebbe a fissare il prezzo a 0.20$ ma dovrebbe accontentarsi di fissarlo a, per esempio, 0.25$. Ora, abbiamo detto che i Futures sono strumenti che si acquistano sul mercato finanziario: non c’è un accordo diretto tra grossista e produttore. Un secondo grossista dovrebbe quindi a sua volta andare sul mercato ed acquistare lí i Futures. E indovinate un po’? Il primo grossista può ora decidere di vendere il suo contratto, in modo da ricavarne un profitto immediato (la differenza tra il prezzo iniziale e il prezzo finale, 0.05$/litro) o di aspettare la scadenza del contratto. Nel caso decidesse di tenere il contratto fino a scadenza se il prezzo restasse fermo a 0.25$ otterrebbe lo stesso profitto (può comprare a 0.20 e rivendere a 0.25); se il prezzo salisse potrebbe guadagnare anche di più; ma se dovesse scendere rischierebbe, ovviamente, una perdita (immaginate che il prezzo alla fine si attesti a 0.10$/litro mentre lui si è impegnato per il doppio del prezzo). Quindi, per capirci, lo strumento è molto utile perchè permette di fissare il prezzo delle materie prime con mesi di anticipo, e ciò è spesso fondamentale per industrie con prezzi estremamente variabili. Inoltre, chi sottoscrive un Futures può comunque rivenderlo prima della scadenza, e ciò rende l'obbligazione un po' meno stringente. 

Ecco, questo è, molto a grandi linee, un contratto Futures. Ora considerate che questo genere di contratti può essere usato per qualsiasi tipo di merce (petrolio, alimentari, bestiame, cotone, valute, azioni ecc). Il mercato di riferimento è molto ampio e chiaramente vi compaiono soprattutto operatori finanziari (più che i nostri amici produttori e grossisti). Questo perché si tratta di strumenti ideali per chi vuole provare ad ottenere un guadagno scommettendo sugli andamenti futuri del prezzo di un certo strumento: come abbiamo visto, infatti, il prezzo dei Futures è determinato dalle aspettative sul prezzo futuro del sottostante e chi sia in grado di prevedere scostamenti in tali aspettative può ottenerne enormi guadagni – senza dover aspettare che tale scostamento si verifichi nel futuro.

Una curiosità: la maggior parte dei Futures sulle commodities (materie prime) di norma non comporta la consegna finale del bene. Essenzialmente quasi tutti i contratti vengono chiusi prima della scadenza: le controparti si scambiano la differenza tra il valore del Futures e il valore del bene sottostante, ma non c’è la consegna fisica del bene. Non voglio dilungarmi troppo, quindi vi lascio con questa domanda: perché quasi nessun Futures si conclude con la consegna del famoso succo di arancia da cui tutto è cominciato?


Un’ultima cosa: il riferimento alle arance non è casuale. Il mercato di Chicago è particolarmente famoso per i Futures sul succo di arancia (se voleste sapere quali sono le previsioni meteo per i prossimi mesi potreste affidarvi al prezzo di tali strumenti). E sono abbastanza convinta che tutti voi avete sentito parlare almeno una volta di questo mercato. 

Il film “Una poltrona per due” vi dice nulla? No? Allora andate a rivedervi la scena qui a lato. Enjoy!